Roberto Saviano, dal buio alla luce al Festival del Giornalismo. Ed io c’ero.

Questo articolo è stato candidato nella sezione Miglior Post dell’anno ai Macchianera Blog Awards edizione 2010 ed è stato votato da 2028 lettori, arrivando secondo sul podio. Grazie!

***

Teatro Morlacchi, Perugia.

Il primo passaggio prevede l’abbandono di tutti gli oggetti personali – borse, zaini, tutto – niente può entrare. La gente si assiepa davanti al guardaroba: lascia tutto, si porta a mano il pc, le digitali, si intasca il portafogli.

Teatro Morlacchi, affreschi sul soffitto.

Dopo la fila lunga e sottomessa da un vento gelido, chi è dentro non si capacita di essere dentro. Eppure si siede e si guarda intorno. Sul palco tre sedie e un leggìo, una stanza essenziale in attesa. I più fortunati quell’attesa l’hanno già spezzata: in corso Vannucci, c’è chi l’ha incontrato. Mi raccontano che Roberto Saviano non passeggiava da tempo, in un posto aperto. Che è sempre circondato dalla scorta. Che non puoi avvicinarti a meno di non essere sezionata dai suoi uomini. Che lui ti guarda con due occhi vogliosi di chiacchiere, ma non può restare.

Teatro Morlacchi, arriva la Latella.

Modera Maria Latella. Perfetta, emozionata, come ogni giornalista alle prese con un incontro a tre del genere. Alla sua destra e alla sua sinistra ci saranno Saviano e Al Gore, il Premio Nobel Al Gore. Perfetta, emozionata e inopportuna, la Latella. Manda un video di Current tv, la tv indipendente creata dal quasi Presidente degli Stati Uniti, in cui Roberto Saviano si racconta, guarda in camera, dice che non è vita, che ha voglia di innamorarsi, che non può. Che gli uomini della sua scorta sono dei grandi uomini, ma che lo trattano come una bomba a orologeria pronta a scoppiare da un momento all’altro. Che non ha paura di morire, pur vivendo con la consapevolezza che prima o poi potrebbe succedere. Groppo in gola, il primo.

Teatro Morlacchi, Roberto Saviano sale sul palco.

Arriva quasi subito, un jeans e una camicia, due uomini dietro agli angoli del palco. Hanno occhi dappertutto, loro, e guardano verso la platea. Altri uomini, con altri cento occhi, sono sparsi sui palchetti, e nel retro. Vedono tutto, non può succedere nulla, si ripetono come un mantra gli spettatori. Saviano è emozionato, si prende un applauso di quelli da blocco al cuore, cinque minuti di standing ovation, non dice niente, gli luccicano gli occhi. Non smettono di luccicargli gli occhi neanche quando comincia a parlare. Ha bisogno di dire che il suo è un lavoro pulito, ha bisogno di smentire chi ha insinuato la sua cattiva fede. E’ continuamente interrotto dagli applausi. Forse è solo un’ impressione, è solo l’idea che ti fai di uno come lui, scortato da quattro anni e chissà per quanti altri ancora, ma sembra uno timido. Uno che davvero non si capacita di cosa ha combinato. Dice che gli sembra di passare dal buio alla luce, che è una sensazione strana. Dice che dobbiamo gridare lo sdegno e che non possiamo continuare così. Sembra che non riesca a parlare, ma poi ce la fa. Dietro di lui, due uomini agli angoli del palco, continuano a scrutare la platea. Va via per un momento, si vede che vorrebbe rimanere lì. Ma, ovviamente, non può.

Teatro Morlacchi, arriva Al Gore.

Al Gore è un classico signorotto americano, un politico che sa il fatto suo. Abbandona i suoi appunti e si lancia a braccio. Si complimenta con Saviano, ricorda Enzo Biagi, nomina la Gabanelli e Santoro. La sua Current Tv, che di giornalismo d’inchiesta si occupa, trattando tutte quelle storie che nessuno conosce, ha mandato in onda il fenomeno Rai per una notte, non può fare altrimenti. I suoi interventi sembrano una marketta, ma tutto sommato ne vale la pena. Lavorare a Current potrebbe essere a tutti gli effetti il sogno di ogni giornalista.

Teatro Morlacchi, il dibattito.

Maria Latella modera il dibattito, perde orecchini e momenti per stare zitta. Chiede a Saviano: “Pensa che vita orribile se fossi nato in Cina!”, come se quella che fa adesso fosse  bella. Si cade nella politica, si critica il sistema. Alle 23 è tutto finito, la Latella suggerisce a tutti di stare in teatro, perché Roberto firmerà gli autografi. Non so come mi trovo fuori, sballottata al guardaroba. Una fotografa tremante per l’emozione rimane dentro e fortunatamente usa la mia SD, ho delle belle foto anche se non ho avuto la possibilità di stringergli la mano. Mi raccontano che rimane lì, appollaiato a bordo palco, firma a tutti. Mi raccontano che è visibilmente stanco, ma non vuole rinunciare al momento.

Drammatizzare la vita di questo trentunenne è facile. La sua storia si presta facilmente a quella di un romanzo. Ti viene voglia di scrivere, subito, di getto, di tutto, di lui. Ci ha mai pensato qualcuno a scrivere in un romanzo la vita di questo trentenne? Lo ha fatto lui stesso, probabilmente. Non è facile rendersi conto di cosa significhi vivere sotto scorta, con la sensazione che un giorno tutto potrebbe finire, con la sensazione di essere quella famosa bomba a orologeria, per cui è solo questione di tempo.

Sono tutti figli degli anni ’80, qui al Festival del Giornalismo, è facile immedesimarsi. Lui ha smesso di fare l’eroe da tempo, ripete spesso che non lo rifarebbe, non tornerei indietro, ho paura, si, questa non è vita, ripete.

Drammatizzare la vita di questo trentunenne è facile. Ti viene da pensare che non può tornare quando gli pare da sua mamma se ha voglia di lasagna. Non può fare la spesa. Non può innamorarsi, uscire, sbronzarsi una sera e pentirsi il giorno dopo.

E’ uno che legge e che cita Kant, uno che gesticola mentre parla, uno che scandisce bene le parole. Sorride, molto. Divaga, tantissimo.

Ma quel gesto, di mettersi le mani al collo per allargare il colletto della camicia, non rivela solo il disagio di un uomo che sta stretto in una tenuta troppo elegante. Se ne va, dopo gli autografi, nascosto da una decina di spalle pesanti. Si chiude il sipario su di lui, non su quello che dice.

Chissà quando potrà salire di nuovo su un palco ed esporsi come ha fatto.

Senza colletti da allargare per il nervosismo.

***

La foto della tremante fotografa, grazie a Pamela:

Saviano e un suo uomo dietro, a guardare.

8 commenti

  1. ery ery
    25 aprile 2010    

    brividi… :/

  2. 26 aprile 2010    

    Brava la nostra Giovanna!

  3. 26 aprile 2010    

    Questo pezzo è fantastico perchè è reale, finalmente un modo di vedere Saviano come essere umano e meno mito. Davvero, sei stata molto brava. Ciao ^^

  4. 3 maggio 2010    

    Ciao Giò,
    davvero complimenti per il pezzo.
    Mi ha davvero commossa.

  5. 3 maggio 2010    

    @sara: grazie mille, Sara. Mi sono commossa io a scriverlo, guarda!

    grazie ancora,

    giò

  6. Paolo Paolo
    26 settembre 2010    

    Non me ne vogliate, ma trattate Saviano come una sorta di papa, uno che in genere ogni tre parole spara quattro cazzate. Non è un caso che in un paese mediocre emergano gente mediocre come lui. Gli ultimi articoli scritti su Repubblica sono imbarazzanti e ancor di più lo è vedere come scrive. Dovrebbe seguire un corso accelerato di grammatica italiana e magari informarsi meglio sulle cose di cui parla. Tariconi e san gennari a parte, ovviamente

    • 27 settembre 2010    

      @paolo: non te ne vogliamo assolutamente 🙂 Sono la prima ad aver specificato più volte che Saviano non è un eroe e che non va trattato come tale. L’unica cosa che l’incontrarlo mi ha stimolato è stata la voglia di scrivere, magari bene, forse no, un articolo su di lui.
      Per me finisce qui, e ovviamente, hai ragione anche tu quando dici che in Italia abbiamo bisogno di eroi, visti gli esempi negativi che abbiamo a rappresentarla.
      Grazie per essere passato di qua!

  7. 4 ottobre 2010    

    il tuo è un grandissimo risultato ancora più del mio. 2a come miglior post dell’anno!!!! sei stata bravissima… soprattutto perchè anche il tuo è un blog-blog puro senza mega-redazioni! bravissima!
    ps. e poi io sono arrivato 3° perchè non c’eri tu nella categoria tv… altrimenti finivo un’altra volta 5°…. un grazie doppio allora giò!

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